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DA VENEZIA CON RABBIA (E DISGUSTO)


biennale_veniseLa Venezia dei giorni scorsi non era solo Biennale, ma anche una città sgangherata, supponente, sporca, inefficiente, indifferente e cinica di fronte ai problemi quotidiani. Con ristoranti o bar specializzati nell'attentare alla nostra salute. Una città alla deriva e amministrata in modo selvaggio, non so ora da quale amministrazione irresponsabile.

Bastava arrivare alla stazione (Ferrovia), senza panchine né sale di aspetto o peggio ancora senza toilette (eccetto una, lurida e infetta, a pagamento con una fila chilometrica di persone disperate in attesa) con centinaia di ragazzi sdraiati per terra. Ma perché i cittadini di Venezia (ma anche i turisti) non si ribellano di fronte a tale sfascio? Mi chiedo cosa abbia fatto o realizzato, in questa città, il filosofo Cacciari, sindaco per dieci anni, sempre pronto a pontificare, a offrire suggerimenti illuminati a tutti, dall'alto della sua demagogia, ma che ci ha consegnato una città che fa schifo sotto ogni punto di vista (eccetto naturalmente a chi alloggia al Bauer o al Danieli, con motoscafi privati a disposizione). Venezia, per chi non è Abramovich, è una città invivibile e oltraggiosa,  resa tale da amministrazioni ciniche, inefficienti e forse peggio. Il taxi che io ho preso nel giorno dello sciopero dei traghetti, per recarmi ai Giardini, ha fatto il pieno di persone con destinazioni diverse: alla fine del percorso, in un'ora di lavoro, aveva raccolto oltre 800 euro. E lo abbiamo anche ringraziato.

 

LA BIENNALE DI VENEZIA E I (DIS)SERVIZI:

UNA FAMOSA GALLERISTA CADE NEL CANALE CERCANDO DI FARE PIPI'


venezia_punta_della_dogana1Non parliamo poi della disorganizzazione logistica all'interno dei Giardini. L'autorevole giornalista americano, Jerry Saltz, coscienza critica dell'arte e della cultura americana, mi scrive che una famosa gallerista del suo paese, accovacciata vicino al canale nel tentativo di fare pipì, vi è caduta dentro rompendosi il naso ("a famous art dealer squatted over a canal to pee, fell in, and broke her nose"). A parte l'aspetto comico della descrizione, ho visto veramente situazioni drammatiche e imbarazzanti a causa della mancanza di servizi all'interno dei Giardini. Ma possibile che il direttore Baratta è così latitante nei giorni cruciali della vernice, quando tutto il mondo arriva alla Biennale e ha bisogno di alcuni servizi essenziali:  i servizi igienici, qualche bar o ristorante o tavola calda ben rifornita e senza obbligare a code lunghissime?

 

LA BIENNALE DI VENEZIA NON PUO' ESSERE OSTAGGIO DI UNA SINGOLA PERSONA


venise_biennale_tl070611_37Ho scritto più volte che alcune grandi rassegne, come  la Biennale di Venezia appunto, ma anche Documenta di Kassel, Manifesta, la Biennale di Berlino, la Biennale di Sydney, Gwangju, ecc. sono diventate strutture gigantesche e non possono essere affidate al punto di vista personale di un curatore. Oggi il panorama dell'arte è talmente vasto e complesso (l'Est che avanza, il Centro e Sudamerica che stanno diventando protagonisti, l'Europa che retrocede ma non è più solo Germania, Francia, Inghilterra, la Russia e gli ex paesi satelliti che esplodono di energie e di novità) che per captarne gli aspetti  occorrono molteplici sensori e punti di vista. Ma come si può pensare che una Bice Curiger, onesta e diligente critica e curatrice svizzera, possa interpretare un momento storico e un panorama così vasto e complesso come quello di oggi? Come affidare una Ferrari a un ragazzo di dieci anni. Oggi per Venezia ma anche per Documenta (altro grande flop annunciato) occorrono punti di vista forti, molteplici, diversi e spesso contraddittori. Chi non ricorda Aperto '93, curato da Helena Kontova, che aprì gli orizzonti su un universo nuovo e che ancora tutti gli artisti e appassionati ricordano con grande entusiasmo? Ebbene, i curatori erano tredici. Critici nuovissimi e curatori inediti  (Francesco Bonami, Nicolas Bourriaud, Benjamin Weil, Matthew Slotover, già direttore di Frieze, il cinese Kong Changan), galleristi (Jeffrey Deitch), artisti (Thomas Locher), riuniti attorno a un progetto multiculturale molto impegnativo. E il risultato fu prodigioso. Come mai prima o dopo. E come scrive Wikipedia, "La mostra è diventata un evento di culto degli anni Novanta, riuscendo a riunire tutto ciò che avveniva in quel momento. Il modello di Aperto '93 è spesso citato da curatori, ed è stato fonte di ispirazione per la Biennale di Venezia del 2003 diretta da Francesco Bonami, la prima Biennale di Mosca, la seconda Biennale di Johannesburg diretta da Okwui Enwezor e la prima e la seconda Biennale di Gwangju, la prima edizione della Biennale di Tirana (2001) e le quattro edizioni della Biennale di Praga (2003-2005-2007-2009) sono da considerare diretta emanazione del modello iniziato da Politi e Kontova per Aperto ’93".

Ecco, una grande manifestazione si deve sottrarre al giudizio personale e talvolta interessato di un solo curatore. E poi chi non ha notato il carattere "elveticocentrico" di questa Biennale? Leggete. Artisti svizzeri: Thomas Hirschhorn, Carol Bove, Urs Fischer, Peter Fischli & David Weiss, Bruno Jakob, Fabian Marti, Shahryar Nashat, Mai -Thu Perret, Pipilotti Rist, Andro Wekua, Johanna Natalie Wintsch. E ancora premio internazionale della giuria all'ottimo Christian Marclay, cittadino svizzero. Il Padiglione tedesco è targato da Hauser & Wirth, potentissima galleria svizzera. Leone d'oro a Franz West, che lavora con la galleria svizzera Presenhuber. E ancora altre cose che non ricordo.

 

MA PERCHE' INVITARE ALLA PREVIEW MIGLIAIA DI NANI E BALLERINE DI TUTTO IL MONDO, IMPEDENDO DI OPERARE AGLI ADDETTI AI LAVORI?


venise_biennaleVorrei chiedere al Presidente Baratta, ma anche a Bice Curiger perché alla Preview abbiamo permesso l'ingresso a migliaia e migliaia di persone e non invece ai soli professionisti dell'arte, a coloro cioè che dovrebbero scriverne o per i collezionisti TOP? Anziché imporre code chilometriche e disagi perditempo in ogni padiglione, una preview solo per i veri giornalisti accreditati, artisti presenti, galleristi con artisti partecipanti e collezionisti VIP. Invece, un mio amico di Verona, grande appassionato e collezionista tra i maggiori in Italia, per non avere problemi ha acquistato un biglietto per VIP, pagando 400 euro e poi all'entrata è stato bloccato perché al suo biglietto mancava qualcosa. Roba veramente da terzo mondo.

 

GLI ARTISTI ITALIANI NEL PADIGLIONE INTERNAZIONALE SONO IN CONCORRENZA CON

QUELLO ITALIANO DI VITTORIO SGARBI


Patetica la presenza italiana nella sezione di Bice Curiger. A parte Monica Bonvicini e gli storici Luigi Ghirri e Gianni Colombo, quasi tutti gli altri sembravano fuggiti dal Padiglione Italia di Vittorio Sgarbi. Anche i piccioni di Maurizio Cattelan, una vuota decorazione di una mostra senza contenuti né indicazioni. Bice Curiger avrebbe potuto affidarsi a collaboratori meno vacui oppure visitare qualche studio in Italia. La nostra situazione dell'arte giovane è sicuramente ai minimi livelli storici, ma certamente meno peggio di quella proposta da Bice.

 

CHI NON HA APPREZZATO IL PADIGLIONE DI SGARBI MANCA DI SENSO DI UMORISMO


724675_biennale_venise_2011Io, ma non solo (non posso rivelare il nome di alcuni famosi artisti e curatori che condividono il mio punto di vista) mi sono divertito soltanto al Padiglione Italia di Vittorio Sgarbi. In quello spazio c'è tutta l'anima e il core dell'Italia che pitta e che trascorre la vita

consumandosi in nome dell'arte, dell'autenticità, della verità. Da Sgarbi c'è l'anima di migliaia o milioni di artisti che popolano il nostro paese e tutti i paesi del mondo. E che cercano di esprimersi in modo diretto e passionale con segni e colori. In quei territori non è mai passato Massimiliano Gioni né Germano Celant e neppure Pinault o Gagosian. Si tratta di artisti (con qualche eccezione) che chiedono solo di poter esporre e di avere un minimo di visibilità, per i propri figli, amici parenti. Ma rappresentano l'informe moltitudine dell'arte e di artisti che affondano le radici in Altamira e in quegli anonimi disegnatori ossessionati dalla sopravvivenza e che di notte sognavano bisonti, cavalli, cervi. Gli artisti di Sgarbi sono i figli di Freud, per cui dipingere significa liberarsi e sognare. Ecco, Vittorio ha ricostruito magistralmente questa Divina Commedia dell'arte, a cui hanno partecipato in egual misura gli artisti segnalati e gli "intellettuali" segnalatori. Anzi, vi debbo confessare che io ho effettuato un percorso nel Padiglione Italia partendo dai segnalatori e non dagli artisti. Alle pareti non vedevo Velasco, Trombadori, Soccol, Vignozzi, Ventura, ecc. bensì, come in uno specchio rivelatore incontravo Severino, Giorello, De Mauro, Forattini, Giuliano Ferrara, Andrea De Carlo, Vittorio Feltri, Agamben, Maffettone: questo padiglione è stato un test rivelatore del gusto e della cultura dell'intellettuale italiano in rapporto all'arte contemporanea. Chiunque sostenga che non si è divertito al Padiglione Italia, dice una bugia. Divertente, esagerato, kitsch, ma vivo e chiassoso, a differenza di quello di Bice Curiger che invece ho attraversato come un deserto.

 

FRANCESCO BONAMI E L'AUTOBIOGRAFIA DI MAURIZIO CATTELAN


Per fortuna durante i giorni della preview veneziana, ero riuscito ad acquistare l'ultimo libro di Francesco Bonami: Maurizio Cattelan, Autobiografia non autorizzata (Mondadori) con cui ho trascorso due ore di assoluto piacere e che in parte mi ha ripagato delle frustrazioni della Biennale. Libro che ahimé, si legge in un fiato, esilarante e tragico, cinico e tenero, e che rivela uno sdoppiamento straordinario dell'autore con l'artista, al punto che spesso non si capisce se l'autobiografia sia di Bonami o di Cattelan. Ma certamente tra i due esiste un fortissimo legame che lo ha portato a condividere sogni e speranze, delusioni ed esaltazioni. E certamente Francesco Bonami, che come artista ha conosciuto momenti di delusione e di abbandono, lo ritroviamo nelle emozionanti descrizioni delle frustrazioni del primo Cattelan.  

Un libro che mi ha permesso di conoscere meglio Francesco Bonami come scrittore e capire meglio Maurizio come artista. Altro che Lezione di Fumo, del 2005, con cui Bonami esordì come narratore un po' da ecole du regard. Oggi Francesco è maturato anche nella scrittura e questa vera chicca (chi scrive sa quali insidie e difficoltà celi la scrittura) ne è la dimostrazione. Ora Checco Bonami  è pronto a darci un best seller sull'arte, una sorta di commedia umana del nostro tempo, tra squali, arrivisti, angeli e demoni. Io attendo fiducioso. Intanto consiglio a tutti questo bellissimo libro di Francesco Bonami, edito da Mondadori.biennale_venise

 

Giancarlo Politi  giancarlo.politi@tin.it

 
 

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